Quando l’onore valeva un cavallo… le antiche epigrafi raccontano

Che in passato il cavallo sia stato un animale importante nella vita dell’uomo, è noto e riconosciuto universalmente. Indispensabile nel lavoro quotidiano come in guerra o in viaggio, è stato per secoli il suo servo fedele ed era difficile farne a meno. Oggi invece, ancora troppo spesso, è legato a uno status sociale facoltoso, come tutti noi che pratichiamo l’equitazione sappiamo bene. Eppure c’è stato un tempo in cui avere un cavallo pur essendo un segno di distinzione, uno status symbol, non era legato alle possibilità economiche del suo proprietario ma al merito riconosciutogli dallo stato che lo ripagava con uno stipendio piuttosto lauto o l’affido di un cavallo. A darcene notizia è lo sterminato patrimonio di epigrafi romane giunto sino a noi.

Se l’iconografia classica dunque ci ha tramandato le immagini scultoree dei grandi monumenti equestri legati ad importanti imperatori, e così la numismatica, l’epigrafia romana ci narra invece dell’esistenza di una vera e propria classe sociale, paragonabile oggi alla media borghesia e denominata ordine equestre.

Ma procediamo con ordine.

Gli equites, letteralmente “cavalieri”, in epoca monarchica erano dei semplici soldati a cavallo, ma successivamente divennero un ordine sociale e militare. La loro costituzione è attribuita a Romolo in persona il quale fece eleggere dalla curia 300 cavalieri, divisi in tre centuriae. Il terzo re di Roma, Tullo Ostilio, a queste tre centuriae aggiunse dieci turmae di cavalieri Albani. La turma era la decima parte di un’ala di cavalleria, ed era composta da 30 soldati a cavallo. Il numero degli equites arrivò così a contare 600 cavalieri.

Dall’epoca di Tarquinio Prisco a quella di Servio Tullio il numero degli equites arrivò a 3600 unità.

Gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, che veniva perciò detto equus publicus, oppure l’aes equestre, consistente in 1.000 assi, che erano presso a poco i soldi necessari per acquistarne uno, più l’aes hordearium, ovvero una somma annuale di 200 assi, sufficienti per il mantenimento dello stesso. Con il passare del tempo, come narra Tito Livio, agli equites equuus publicus, si aggiunse una seconda tipologia di cavalieri, quella composta da ricchi volontari, possessori di cavalli propri, nota con il nome di equites romani.

La struttura degli equites andò via via consolidandosi nel periodo repubblicano. Quelli che ricevevano un cavallo dallo stato venivano sottoposti a ispezioni periodiche da parte dei censori, i quali avevano il potere di togliere loro il cavallo e ridurli alle condizioni di un soldato stipendiato di fanteria e quindi di assegnare l’equus publicus a un cavaliere che avesse fino ad allora servito con un cavallo a sue spese e si fosse dimostrato valoroso. Insomma il valore e il merito valevano il dono di un cavallo!

Se fino al II secolo a.C., le centurie equestri erano semplicemente un’articolazione dell’esercito romano, nel 123 a.C. la Lex Sempronia, voluta da Gaio Sempronio Gracco, le trasformò in una vera e propria classe sociale, l’Ordo equestris, che andò ad affiancare le due già esistenti ovvero quella dei patrizi e quella dei plebei.

Quella stessa legge stabiliva che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre; il termine equites, perciò, dall’iniziale identificazione dei soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo aveva o aveva la possibilità di acquistarlo e poi chi aveva la possibilità di essere eletto come giudice! Peccato però che la Lex Aurelia, nell’80 a.C., cancellasse quest’ultimo ‘gradino’ della carriera equestre.

Tra la tarda età repubblicana e i primi imperatori romani, il numero di equites ammessi alla classe equestre, aumentò considerevolmente, mantenendo come criterio soltanto quello del censo, poiché i censori non indagarono più sulle radici familiari, che dovevano essere illustri e onorevoli, per decretarne l’ammissione. Nello stesso ceto equestre cominciò a serpeggiare il malcontento, sentendosi degradata come classe. Augusto cercò di rimediare a questa situazione tentando di ridare all’ordine l’antico fasto. Oltre a rispolverare precedenti tradizioni, Augusto formò una nuova classe di equites che dovevano avere il censo di un senatore, la facoltà di indossare il laticlavio, ma ben più importante, potevano eleggere tra le loro fila sia i tribuni della plebe, sia i senatori. Probabilmente a Domiziano si deve poi l’istituzione, rafforzata in seguito da Traiano, di una guarnigione scelta e sotto diretto comando dell’imperatore, denominata equites singulares a cui si poteva accedere solo dopo aver militato almeno 5 anni nell’esercito. L’appartenenza a questo ordine dava prestigio e privilegi come l’immediata cittadinanza romana nel caso di provenienza straniera.

L’alta considerazione che il mondo romano aveva verso questo grande animale è testimoniato anche da episodi bizzarri ma significativi come quello che si narra sull’imperatore Caligola che avrebbe minacciato di nominare il suo fedele cavallo Incitatus senatore o, secondo Cassio Dione Cocceiano,  console. In realtà ciò non avvenne mai perché i Pretoriani assassinarono Caligola prima che desse avvio a questa sua ennesima follia, ponendo così fine ad un periodo di governo all’insegna del terrore e della violenza.

A questo punto della storia, il cavallo, simbolo e veicolo di onore, prestigio e riscatto sociale, poteva non avere un dio tutto per lui? Ebbene sì, è provato sempre da alcune epigrafi che la cultura romana acquisì da quella celtica la divinità di Epona, protettrice del cavallo e degli animali affini nonché della fertilità e dell’ “ultimo viaggio”…e se il mondo celtico la festeggiava il 2 novembre, i romani invece fissarono al 18 dicembre una grande festa, l’Eponalia che cadeva nel secondo giorno dei Saturnali. Altre festività romane in cui il cavallo aveva un ruolo importante erano gli Equirria che si tenevano il 27 febbraio e il 14 marzo in onore di Marte e segnavano l’inizio della stagione delle campagne militari annuali. Infine è da ricordare l’October equus, che segnava il termine delle campagne militari ed era l’unica festa celebrata, ahinoi, con il sacrificio di un cavallo, sempre in onore di Marte.

Ma il cavallo era anche protagonista di spettacoli sportivi e di intrattenimento nell’antica Roma. Come ci tramanda un’altra epigrafe, rinvenuta nell’ager vaticanus ovvero nel circo fatto costruire dal già citato Caligola, Gaius Appleius Diocles, noto auriga, può essere considerato lo sportivo più pagato dell’antichità romana. Nel II secolo d.C. grazie alle numerose vittorie riuscì a raggiungere una fortuna di 35.863.120 sesterzi, equivalente, secondo gli storici, a circa 15 miliardi di dollari odierni. La sua fama ispirò il romanzo storico di fine Ottocento Ben Hur: a tale of the Christ scritto da Lew Wallace e poi l’omonimo film hollywoodiano nel 1959.

Ma quali erano i cavalli preferiti dai Romani? A questo proposito Varrone, Plinio il Vecchio e Columella sono le fonti maggiori. Questi ci tramandano che già all’epoca la scelta era condizionata dal tipo di lavoro che il cavallo avrebbe dovuto svolgere: animali più snelli e leggeri per i giochi, ardimentosi e focosi per le battaglie, animali mansueti e robusti per il lavoro agricolo. Le razze migliori comunque provenivano dall’Apulia, dalla Calabria e dalla Rosea (attuale territorio reatino), ma anche dalle province come la Lusitania (attuale Portogallo), la Galizia, le Asturie e l’Andalusia da cui proveniva l’equus ibericus citato da Giulio Cesare nel suo De bello gallico.

Un cavallo vale più di ogni ricchezza recita un proverbio spagnolo: …e i Romani l’avevano capito bene!

Teodorita Giovannella

Breve bibliografia di riferimento

G. Vitucci, Appunti dalle lezioni di antichità romane, 1917-2000 (cfr.: http://didattica.uniroma2.it/files/scarica/insegnamento/140718-Storia-Romana/10333-Epigrafia-romana)

A. Sestili, L’equitazione nell’antica Roma 1. Cavalli e cavalieri negli scrittori latini, 2011

A. Sestili, L’equitazione nell’antica Roma 2. Cavalli e cavalieri nella poesia latina, s.d.

F. Malossini, Gli allevamenti animali nel fondo rustico dell’antica Roma, 2011

A. Sestili, Cavalli e cavalieri nel mondo antico, 2012

M.C. De La Escosura Balbàs, Diocles lo sportivo più pagato della storia, in «Forma urbis», aprile 2012, pp. 30-35

M. Pugliese, Cavalli e ronzini, 2018

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